Recensione: “DIMMI L’AMORE CHE COS’È” di Cecile Bertod

La bellissima recensione della nostra Federica Cabras, per un romanzo a dir poco meraviglioso. “DIMMI L’AMORE CHE COS’È” è l’ennesimo capolavoro di Cecile Bertod per Leone Editore.

Sinossi

Mable Hope è a un passo dall’esaurimento nervoso: nota più per le sue apparizioni sui calendari universitari che per i suoi successi lavorativi, è alle prese con gli appuntamenti al buio organizzati da suo padre e con gli esami di fine anno. In più, c’è l’assegnazione del Premio Michael Moore di cui occuparsi. Un fondo destinato alla ricerca che verrà affidato alla facoltà che presenterà il progetto più interessante. Lei però se ne era completamente dimenticata e non ha neanche uno straccio di relazione da consegnare alla commissione. Così, per non rischiare di perdere la cattedra, prende dal cestino dei rifiuti un mucchio di vecchie lettere mai aperte e le porta in direzione, fingendo che siano sue. Si accorge troppo tardi, però, di aver proposto all’università di finanziare un’assurda ricerca sull’amore. È già convinta che la cacceranno, quando scopre che invece è proprio lei ad aver ricevuto i fondi della Michael Moore, battendo il responsabile del dipartimento di Fisica, l’insopportabile professor Gardner, che quell’anno era sicuro di vincere con la sua teoria sulle stringhe. Ora, Mable ha tre milioni di dollari per scoprire che cos’è l’amore, ma non ha la più pallida idea di come fare. Be’, da dove iniziare? Le serve qualcuno da far innamorare.

TITOLO: Dimmi l’amore che cos’è

AUTORE: Cecile Bertod

EDITORE: Leone Editore

COLLANA:  Sàtura

DIMENSIONE: 14×21

PAGINE: 472, Brossura

ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2020

ISBN: 978-88-6393-634-6

PREZZO: 10,90€

Ed eccola, è tornata spuntando dalla sua consueta nuvoletta di genialità e ironia. L’unica, inimitabile, stravagante al punto giusto, logica sempre, divertente sopra ogni limite Cecile Bertod. Avevo pensato di aver riso e a tratti pianto – per la commozione, eh – anche troppo con il suo penultimo libro, “Niente di serio, almeno credo”, e invece oggi con “Dimmi l’amore che cos’è” mi sono scompisciata e commossa ancor più di prima, terminando la lettura con gli occhi lucidi che ormai ho soprannominato “alla Bertod”.

Ecco, se penso a questa scrittrice, la prima parola che mi viene in mente è “geniale”. Sì, Cecile è geniale. È geniale nei dialoghi, sempre arguti, ed è geniale a tessere la trama di ogni sua storia.

Riesce a mantenere il fiato del lettore sospeso per molte, moltissime pagine, tenendo a bada la curiosità grazie a qualche dettaglio lanciato qua e là e a una dose d’ironia che tocca il cielo.

Ma passiamo alla storia.

È tutto troppo… complicato. Fuori c’è un mondo che, non so bene perché, si aspetta qualcosa da me. Devi essere una moglie. Una figlia. Devi credere in qualcosa. Rispettare gli orari. Ma per quanto ti sforzi non basta mai. C’è sempre qualcosa che potresti fare meglio o che qualcuno fa meglio di te. Insomma, ognuno ha un’idea precisa di come mi vorrebbe, unica conseguenza logica è che a nessuno vado bene come sono. Quindi ci sono volte in cui mi chiedo: perché vestirmi, prepararmi, andare in facoltà?”

Mable Hope. Impiego: responsabile del Dipartimento di Antropologia del BIT. Statura: non ben definita. Gusto nel vestire: discutibile. Autostima: sotto le scarpe. Ecco, la Hope – che è nota a tutti per la scarsa voglia di impegnarsi con un uomo e per i suoi ragionamenti sconclusionati – anche quest’anno si è ridotta a fare le cose all’ultimo momento. La Michael Moore è una borsa di studio che viene assegnata, al BIT, al docente/ricercatore che abbia avuto un’idea brillante – la più brillante, per la precisione – a livello scientifico: tre milioni di dollari per permettere a un progetto di diventare realtà nel mondo accademico. La ricercatrice quasi trentenne non ha nessuna intenzione di spremere le meningi e ottenere quella barca di soldi, le va già di lusso non venire licenziata per ogni sua stramberia, ma deve comunque pensare a qualcosa – qualunque cosa! – da presentare alla commissione. Be’, per non farla sporca. Sarebbe, se no, come ammettere che il livello di importanza che dà alla questione sia inversamente proporzionale alla sua voglia di restare a dormire la mattina.

Ci avete fatto caso? C’era una volta un paese molto, molto lontano… Le fiabe iniziano sempre così, te li mettono dove non puoi trovarli i principi azzurri. Ecco perché sei single, perché sono molto, molto lontani. In un posto indefinito che non rintracci con il navigatore satellitare. Fantalandia, Liggiù, Lissù. Tutte indicazioni vaghe, spesso inventate per depistarti. Segui le briciole di pane. Ma dove? A Boston? Siringhe usate vanno bene uguale? Non che sia meglio quando decidono di dirtelo come stanno davvero le cose. Tipo con Peter Pan. Con lui almeno c’era un barlume di onestà. Dov’è che sta Azzurro, confessa? L’isola che non c’è. Hai presente? E come ci si arriva? Seconda stella a destra, due Vodka Lemon e vattene a dormire, bella. Ma almeno le favole a qualcosa servono. Un po’ di speranza che non sarà sempre la solita giornata di merda te la lasciano. E tu ci credi che da qualche parte c’è un castello, con dentro un principe in calzamaglia e il tuo cazzo di abito con gli strass e il diadema.”

E poi, diciamocelo, Mable lo sa: ci sono soggetti molto più meritevoli di quel premio ambito. Come Stephen Gardner, il responsabile del laboratorio di Fisica nonché Superman della Scienza, sempre pronto a sbatterle sul naso i suoi riconoscimenti e a trattarla con arrogante superbia. Ma Mable non se ne preoccupa. No, certo, finché – prendendo l’idea da una lettera trovata a caso sulla sua scrivania e snocciolandola alla commissione senza troppa enfasi – riesce ad ottenere i tre milioni di dollari… per una ricerca sull’amore.

Sì, esatto: Che cos’è l’amore? Tocca a Mable Hope scoprirlo. Lei che non è capace di innamorarsi e far felice la sua famiglia ebrea coronando i sogni di tutti – meno che i suoi – con dei bellissimi fiori d’arancio.

“E poi c’è lei. Non una lei qualsiasi, l’anima gemella. Chi è? Cos’ha di speciale? Sono gli occhi? Il dopobarba? Ce ne sono certi al muschio che sembrano più ipotesi di reati mai commessi. Allora qual è l’unico elemento in comune tra tutte le anime gemelle? Qualcosa che non ha ancora un nome, ma che succede quando tu dici “sto bene” e l’altro ti risponde “lo so”, ma ti abbraccia lo stesso.”

Ahi ahi, questa volta l’ha combinata grossa, Mable Hope. Ma è colpa tua? O meglio, è tutta colpa sua?

Non potrebbero esistere due individui più assurdamente diversi di Mable Hope e Stephen Gardner.

Poi ci si mette la miopia. Che c’entra? Che il colpo di fulmine va bene a una su mille. Siamo troppo distratte così, il più delle volte, finisce che ti innamori dell’anima gemella di qualcun altro, magari di un troll. E te ne accorgi alla sesta rata del mutuo. E tutto finisce. D’altronde, l’amore è solo chimica. Elettroni in fermento che generano incomprensioni molecolari traducibili in quel costante stato di malessere che chiamiamo erroneamente affetto, ma che nulla ha di diverso da bisogni meno opprimenti come la fame, la sete.”

Lei è eccentrica, non crede in se stessa e sembra – ma è tutta apparenza – frivola. La realtà è che è una luce che illumina tutto l’Ateneo. Mable Hope è una di quelle persone che vedi e ricordi per sempre. Ma sì, avete capito quali persone? Sono luminose, brillanti, si fanno largo nell’infinita distesa di banalità del mondo e riescono a strappare un sorriso con la loro bellezza d’animo. E non solo, perché la ricercatrice è bella pure fuori. Bella e irraggiungibile, nonostante le voci la vogliano sin troppo disponibile.

Lui… Be’. Lui è un uomo razionale, i numeri fanno da padroni in quella che sembra una triste vita. Sessista, superbo e permaloso, Stephen Gardner all’inizio non ci sembrerà degno di nessuna intenzione. Ma le persone spesso si nascondono dietro un mantello e la loro vera essenza la mostrano di rado. Come in questo caso.

Comunque, torniamo alla Bertod. Con i dialoghi tra Mable e Stephen e tra Mable e Rachel – la sua assistente – si guadagna il titolo di reginetta delle conversazioni argute, veloci e divertenti. Nel complesso, un libro che merita tutte e cinque le stelle perché permette sì di ridacchiare – molto – ma anche di pensare, di immedesimarsi nei personaggi, di comprendere quello che spesso dimentichiamo… Che le apparenze non sono da tenere in considerazione.

Ogni persona nasconde dentro se stessa un intero universo.

Bertod, ti pedino, sappilo: al prossimo!

“Con questo non voglio dire che non c’entri la chimica. Dico solo che dev’esserci qualche altra cosa, da qualche parte qui, vicino al cuore, che per ora non so cosa sia, ma se dovesse capitarmi di incontrarla le prometto di imbustarla, affrancarla e di spedirgliene un campione per analizzarla. Per ora mi metto a cercarla, ma potrebbe volerci un po’.”

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