Recensione: “IL FARABUTTO E LA SGUALDRINA” di Pitti Duchamp

Federica Cabras, ha letto per A libro aperto, “IL FARABUTTO E LA SGUALDRINA” di Pitti Duchamp, edito Words Edizioni.

“…si sappia solo che questo libro si legge d’un fiato. Bello, reale, pieno d’emozione.”

Sinossi

1814, Camden Castle

La domanda che tutto il ton londinese si pone è perché lady Arabella, lucente stella, madrina indiscussa della nobiltà e presenza onnisciente di tutte le manifestazioni mondane, sia sparita da un anno per rifugiarsi nella calma bucolica della casa ancestrale dei duchi di Camden. Poco dopo il temporaneo ritiro a vita privata di suo fratello e la sua amata duchessa per la nascita dell’erede ducale, la chiacchierata lady Arabella è infatti fuggita da Londra senza un saluto, senza spiegazioni e, apparentemente, senza una causa. Tuttavia, il passato la raggiunge con il passo claudicante del Marchese di Avenox e quella serenità sembra persa per sempre. E quando finalmente lei lo rivedrà, lo scintillio della sua anima inquieta riprenderà ad abbagliare il mondo. Fino a che punto sarà possibile ignorare l’attrazione? Fino a quando il Farabutto sarà capace di vivere e respirare senza la sua Sgualdrina?

Titolo: IL FARABUTTO E LA SGUALDRINA

Autore: Pitti Duchamp

Editore: Words Edizioni

Data Pubblicazione: 10 gennaio 2020

Pagine: 216

Prezzo: 2.99

Lady Arabella, sorella del Duca di Camden, è nobile, bella e il suo buon nome rende la sua figura rispettabile. Il suo temperamento, però, poco ha a che vedere con quello delle altre giovani del suo rango.

Loro sono dimesse, disposte a farsi comandare a bacchetta, sempre con la testa china. Deboli. Rassegnate. A una vita senza amore, certo, ma anche senza troppa serenità. A un’esistenza irreprensibile, vissuta secondo regole – e sai che pizza –, e mai ardimentosa.

Ma lei no, signori e signore, lei è diversa. Ha un portamento fiero, osa dove nessun’altra donna oserebbe, è abbastanza sicura di sé da indossare dei calzoni e dire cose che dai più vengono considerate inopportune. Eppure… Eppure.

È tutto un eppure.

Eppure viene guardata. Sempre. Comunque. È come una stella, lady Arabella. Una stella che brilla di luce propria, che abbaglia, che scandalizza le menti chiuse dell’epoca, che agisce secondo impulso ma non senza onore. Ha un suo codice morale che rispetta e un suo amor proprio. È orgogliosa come poche, forte e coraggiosa, ma non perde di vista i sentimenti, quelli veri che portano il suo cuore a battere.

“Conosceva così bene le regole del mondo in cui vivevano che riusciva a infrangerle con la classe che aveva solo lei: lady Arabella Ashley, sorella del Duca di Camden.”

Ormai da un bel pezzo tutti si chiedono come mai lei, reginetta indiscussa della mondanità londinese, abbia abbandonato già da un anno la caotica città per rifugiarsi nella tenuta dei Duchi di Camden. Cosa è accaduto perché la giovane prendesse una così drastica scelta?

Be’, che il passato ti sappia raggiungere anche quando scappi a gambe levate – sebbene senza parlarne troppo – è risaputo, e il passato della bella lady ha un suono.

Clap, clap, clappete, clappete.

Il Marchese di Avenox, Andrew, è un vero bruto. Scortese e scostante, è perseguitato da un fortissimo dolore alla gamba monca, amputata in battaglia. La protesi gli permette di camminare, sì, ma il male che prova a tenersi in equilibrio su essa equivale a mille spilli conficcati nella carne. È un male necessario per mantenere quell’aria superba e rispettabile che sfoggia come motivo di vanto, ma la notte i lamenti sono regolari e nessun unguento gli permette sonni tranquilli.

È questo farabutto il sogno proibito di lady Arabella? E lui, lui che pare senza cuore… Cosa prova lui per lei? Perché la detesta, la chiama sgualdrina, le rivolge occhiate cariche di livore e disprezzo?

I due si ritroveranno insieme nella tenuta dei Duchi.

“Arabella rimase in silenzio, vinta. Si stese con lui, perché non era possibile fare in modo diverso, il suo cuore le imponeva di continuare ad amarlo e seguitare a punirsi per quell’onore rifiutato e calpestato”.

Nel loro passato, qualcosa… qualcosa che unisce e che provoca in entrambi delle sensazioni conturbanti, delle ossessioni, dei sogni, delle manie.

Lui la guarda e non può sopportare il comportamento della donna, sempre fuori dalle righe.

Lei lo osserva e ci vede un arrogante, ruvido militare con cui è impossibile andar d’accordo.

Lei lo chiama farabutto, è il termine giusto per un uomo così aspro.

Lui la chiama sgualdrina, ma non perché lo sia: a lei però piace farsi guardare, stare al centro delle scene e lui, be’, lui la vorrebbe solo per sé. Preferirebbe farsi amputare però l’altra gamba al posto di dirlo a lei, di dirlo al mondo.

Molto meglio, si dice Andrew, sposare una donna docile, mansueta, avvezza alle regole che il loro rango impone. Ma che gusto ci sarebbe?

Come andrà a finire tra l’uomo senza una gamba, sterile di sentimenti, e la donna che non rispetta una norma sociale nemmeno per sbaglio?

Ho adorato questo libro. Pitti Duchamp è stata capace di tessere la trama di un libro perfettamente vincente sotto molti punti di vista. La caratterizzazione dei personaggi è superba: ci sembra di vedere con i nostri occhi sia lady Arabella, nella sua lucente luminosità, sia il Marchese di Avenox nella sua bellezza mista ad acidità. E sentiamo sulla pelle la tensione sessuale tra loro e il disprezzo che nonostante tutto li blocca. Sentiamo la paura. Sentiamo l’eccitazione. Sentiamo la rabbia. Sentiamo la voglia.

Buoni anche i personaggi secondari. Menzione speciale per la mamma di Andrew: donna senza peli nella lingua, non esita a mettersi dalla parte di lady Arabella della quale elogia intraprendenza e bellezza.

Poi, più per parlare a se stessa che ai suoi interlocutori invisibili, borbottò: «E se qualcuno ci credesse, ebbene, sappiamo tutti che mio figlio è un farabutto e sua moglie una sgualdrina. Che il mondo se ne faccia una ragione»”.

E come non menzionare l’approfittatore e la tisica?

L’uno, non troppo avvezzo alla doccia, che si prende gioco delle persone per secondi fini e l’altra, sempre malaticcia, che vive di pane e astio: anche loro diventano reali ai nostri occhi grazie alle minuziose – ma non esageratamente dettagliate – descrizioni della Duchamp.

Non spoilererò ancora, si sappia solo che questo libro si legge d’un fiato. Bello, reale, pieno d’emozione.

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