Recensione: “ALLA CONQUISTA DEL MONTE EVEREST” di Craig Storti – ed. Newton Compton

“Un racconto appassionante, istruttivo e a tratti divertente, pieno di personaggi straordinari e coraggiosi che non sfigurerebbero in un romanzo d’avventura.”

Un solo accenno dell’imperdibile recensione di Laura Baldo per “ALLA CONQUISTA DEL MONTE EVEREST” di Craig Storti, ed. Newton Compton.

  • Titolo: Alla conquista del Monte Everest
  • Autore: Craig Storti
  • Editore: Newton Compton
  • Data pubblicazione: 17 giugno 2021
  • Prezzo: ebook 4.99; cartaceo: 11.40

Trama

Il Monte Everest è la vetta più alta dell’Asia e del mondo. La sua altezza venne misurata per la prima volta nel 1850, ma, fino al 1921, nessuno riuscì anche solo ad avvicinarsi alla montagna. La storia della sua ricognizione e, successivamente, della sua ascesa, è leggendaria. Questo appassionante volume narra tutto ciò che accadde nei settantun anni tra la scoperta dell’Everest e il primo tentativo di conquistarne la cima. Un racconto avvincente, con personaggi incredibili come George Everest, Francis Younghusband, George Mallory, Lord Curzon, Edward Whymper, oltre ad alcuni eroi poco conosciuti come Alexander Kellas, l’ottavo Dalai Lama e Charles Bell. Tra spie, guerre, intrighi politici e centinaia di muli, cammelli, buoi, yak e persino due “zebrasini” (incroci tra zebre e asini), Craig Storti ripercorre l’affascinante e ancora trascurata saga che ha portato gli inglesi George Mallory e Guy Bullock, alla fine del mese di giugno del 1921, a essere i primi occidentali (e quasi certamente i primi esseri umani) a mettere piede sull’Everest e a rivendicare così l’ultima grande sfida montana. In occasione del centenario della prima leggendaria ricognizione della montagna più alta del mondo. La maggior parte delle cronache trattano la storia dell’arrampicata dell’Everest, questa è la vicenda mai raccontata di tutto ciò che è accaduto prima.

Copia digitale gentilmente fornita dalla CE in cambio di una recensione onesta

Questa è la storia della caccia al monte Everest. Questo è, per usare le parole del libro, “il racconto di come una metafora si trasformò in una montagna”.

Un racconto appassionante, istruttivo e a tratti divertente, pieno di personaggi straordinari e coraggiosi che non sfigurerebbero in un romanzo d’avventura. Ed è con tale spirito che si legge questo saggio, ricco di aneddoti, stralci di lettere, descrizioni poetiche diventate iconiche e vaste ricerche bibliografiche. Il carattere dei suoi protagonisti si intreccia strettamente agli eventi storici, così come ai dati geografici e scientifici.

Ma la presentazione migliore del contenuto si trova all’inizio del libro stesso:

“È un racconto di spie, intrighi e decapitazioni; di guerra e massacro; di intrecci militari, diplomatici e politici mozzafiato; di eroismi, di fughe spaventose e di atti di vero coraggio. Il vento è una presenza potente, così come lo sono la pioggia e il fango, insieme ai rododendri e le orchidee, le sanguisughe e le farfalle, i moscerini e le mosche del deserto. Compaiono centinaia di buoi, yak e muli, migliaia di cammelli, numerosi elefanti e almeno due zebralli (non furono un successo). Ed è ambientato in una delle regioni più spettacolari della Terra.”

Come spiega lo stesso autore, è stato scritto molto sulla conquista dell’Everest, ma molto meno su come si arrivò a quella conquista, su come un puntino bianco e lucente a quasi duecento chilometri dall’ultimo avamposto britannico in India si trasformò in un sogno, o un’ossessione, per molti. La storia dell’Everest è lunga e affascinante, dal suo primo avvistamento, a metà ‘800, fino al momento epico in cui la montagna fu effettivamente trovata e in parte risalita, nel 1921.

Ma la storia raccontata non riguarda solo una singola montagna, quanto la nascita della passione per l’alpinismo, e prende avvio molto tempo prima, quando le montagne da “pustole sulla pelle della Terra” o “serpentine e irritanti sagome e ammassi informi di granito” – come le definì impietosamente Goethe – divennero di colpo luoghi avventurosi e ricchi di fascino.

La svolta avvenne nella seconda metà del ‘700, quando con gli albori del romanticismo venne coniato il concetto di “sublime”, secondo cui i paesaggi naturali potevano suscitare le emozioni più profonde, soprattutto quelli grandiosi e drammatici, come appunto le vette montane.

“Una volta diventate sicure, spettacolari e fonte d’ispirazione, fu solo una questione di tempo prima che qualcuno iniziasse a desiderare di scalarle.”

Dalle prime ascese sulle Alpi, come la conquista del Monte Bianco e del Cervino, si passa alla storia dell’Impero britannico in India, e alla decisione – un po’ per necessità e un po’ per orgoglio patriottico – di mappare e misurare quanto più territorio possibile.

Il Nepal e il Tibet erano Paesi chiusi agli occidentali, ma per la Gran Bretagna e la Russia erano scacchiere del cosiddetto Grande Gioco: un gara per la supremazia in Asia centrale fatta di spionaggio, di mosse e contromosse, di tentativi più o meno scoperti e più o meno diplomatici di estendere la propria influenza su quei territori. Il Grande Gioco – di cui parlò anche Kipling nel suo romanzo più famoso, Kim – durò per tutto il XIX secolo, e portò a parecchi fraintendimenti, paranoie e azioni sconsiderate basate su semplici voci.

Una di queste fu l’invasione britannica del Tibet nel 1904, con la scusa di un Comitato per la tutela dei confini, ma in realtà in seguito alle voci secondo cui i lama, notoriamente xenofobi, stessero intrattenendo rapporti amichevoli con i russi.

A capo della spedizione c’era Francis Younghusband, ufficiale britannico con grinta e coraggio da vendere, nonché la tendenza a ignorare o interpretare a suo modo gli ordini. Fu grazie a lui – che in seguito divenne presidente della Royal Geographical Society – che le prime spedizioni per cercare l’Everest divennero possibili. Il suo carattere audace e anticonformista può essere riassunto da un paio di sue citazioni:

“quando le vere difficoltà sembrano cingerti d’assedio, il tuo spirito si rianima.”

e

“se non avessi mai commesso un errore, non avrei mai ottenuto un successo.”

Ma c’è anche un altro aneddoto che riguarda Younghusband e mostra il suo lato pratico e ironico:

“Una volta un gentiluomo di scienza mi domandò quale fosse l’effetto principale di stare per lungo tempo ad altitudini elevate, e gli dissi che l’effetto principale era un desiderio di scendere a un’altitudine inferiore il prima possibile.”

I primi contatti con la cultura tibetana erano stati stabiliti – anche se per fare ciò si dovette fare ricorso a mezzi discutibili – e sarebbero tornati utili negli anni seguenti, specie agli alpinisti che sognavano la mitica montagna a cui, pareva, si poteva accedere solo dal Tibet, sempre che un accesso esistesse.

Quella montagna, in modo poco ortodosso e molto discusso, aveva preso il nome da George Everest, un topografo che arrivò a capo del Survey of India e che fu il primo a fare delle misurazioni precise delle imponenti vette dell’Himalaya. Il nome fu scelto dal suo successore, per riconoscenza verso un grande maestro, e contravveniva alla regola di cercare il nome con cui i locali chiamavano un luogo. Data la posizione impervia e la difficoltà di comunicazione con nepalesi e tibetani, il nome quasi impronunciabile che questi ultimi davano alla montagna fu scoperto solo durante la spedizione del 1921, quando ormai da sessant’anni gli europei lo conoscevano come Mount Everest. E alla fine il nome rimase.

L’Alpine Club e la Royal Geographical Society progettavano da tempo una spedizione, ma la parentesi della Prima guerra mondiale costrinse a rinviare qualunque programma. Fu quindi solo nel 1921 che, con la benedizione del Dalai Lama, che si era in qualche modo abituato alla presenza inglese e anzi la vedeva come una difesa contro la prepotenza cinese, la spedizione poté partire.

Ne facevano parte grandi alpinisti e geografi, ma su tutti spicca il nome di George Mallory, la cui figura ha acquisito un fascino leggendario. Era uno che fin da piccolo, secondo la sorella, “si arrampicava su tutto quello su cui era possibile arrampicarsi”, un giovane insegnante che aveva la passione per la montagna, anche se fino a quel momento si era limitato alle Alpi. Mallory è forse il personaggio più affascinante nella grande epopea dell’Everest. Giovane – nel 1921 aveva 35 anni – di bell’aspetto, ma soprattutto pieno di un’energia e una fame di vita e di emozioni da far impallidire qualunque altra persona al suo fianco. Emotivo, gentile e carismatico, nonché uno dei migliori alpinisti britannici della sua generazione, metteva in ombra chiunque gli si trovasse accanto. Non era mai stato sull’Himalaya, ma la sua mentalità aperta e curiosa fece sì che gli bastasse scorgere la montagna da lontano per esserne ammaliato per sempre. Aveva anche una vena poetica, e sue sono le descrizioni più belle e iconiche.

“All’improvviso, ci fu il miracolo. Scorgemmo il bagliore della neve dietro la grigia foschia. Un’intera catena montuosa iniziò a palesarsi in giganteschi frammenti. […] finché, più alta nel cielo di quanto si osasse immaginare, apparve la bianca vetta dell’Everest.”

Era decisamente un anticonformista, e il lavoro di insegnante gli stava stretto, tanto che scrisse a un amico, riguardo al dover spiegare il Paradiso Perduto di Milton:

“Immaginami mentre spiego ai bambini più piccoli la caduta dell’uomo! Cosa diavolo si dovrebbe dire? Era una questione completamente ammirevole, e Dio si comportò così male…”

Un altro protagonista, spesso ingiustamente trascurato, fu Alexander Kellas. Era un medico e un naturalista, oltre che un alpinista, e le sue ricerche si focalizzarono sui problemi fisici dovuti all’altitudine e alla mancanza di ossigeno. Cercava di stabilire fino a quale quota un essere umano potesse arrivare senza subire danni. Nonostante l’aspetto modesto da professore e il carattere schivo, possedeva una grande energia e tutti quelli che arrivavano a conoscerlo lo amavano. Aveva, come Mallory, una mente aperta e sensibile, cercava di capire le culture straniere (aveva molti amici tra gli sherpa che l’avevano accompagnato nelle sue spedizioni scientifiche) e amava la natura in tutte le sue forme. Qui ci viene presentato per la prima volta attraverso un aneddoto che ce lo rende immediatamente simpatico.

“Alexander Kellas era a caccia di un record.[…]Al momento, tuttavia, nel suo accampamento sulle pendici basse del Pauhunri, era più preoccupato di due piccole allodole che sembravano essere state abbandonate dai genitori.”

Le ricerche e le fotografie di Kellas furono fondamentali per trovare l’Everest e scalarlo, ma il suo nome rimase in ombra, perché fu molto sfortunato e morì prima di poter vedere i risultati. Solo negli ultimi decenni la sua importanza è stata rivalutata, anche grazie alla scoperta che il Pauhunri (7128 metri), una montagna da lui scalata nel 1911, era in realtà più alta di nove metri rispetto al record di allora, e quindi, senza saperlo, aveva detenuto il primato della cima più alta mai raggiunta per ben diciannove anni, fino al 1930.

Molti altri nomi costellano questa grandiosa epopea umana (dopo il Polo Nord e il Polo Sud, raggiunti rispettivamente nel 1908 e nel 1911, l’Everest era considerato il terzo polo), alcuni notevoli per spirito e capacità, ma quelli che a me sono rimasti più impressi sono Kellas, e la sua preoccupazione di aver disturbato un nido di allodole, e Mallory, con la sua smania di salire sempre più in alto, fino a sparire tra le nuvole ed entrare per sempre nella leggenda.

“Ma adesso la vista della montagna fece svanire ogni pensiero. […] Senza fare domande né commenti, restammo lì a guardare.”

Di tanto in tanto ho bisogno di una lettura diversa, che possa farmi staccare ma al tempo stesso coinvolgere e ispirare. Questo libro è senz’altro perfetto, perché pieno di informazioni che non conoscevo e di dettagli storico/geografici molto interessanti, così come di vicende umane fuori dall’ordinario, in grado di farci sorridere, emozionare, ma soprattutto sognare, con la loro tenacia nell’andare sempre avanti, quali che siano gli ostacoli.

Una lettura insolita e molto bella, che consiglio anche a chi non è particolarmente amante della montagna, perché questo libro potrebbe farvi cambiare idea, e guardare le cime rocciose  e innevate con altri occhi.

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