Recensione: “LA SENTINELLA DI ROMA” di Alex Gough – ed. Newton Compton

La vicenda di Gaio Valerio Carbone è il classico viaggio dell’eroe messo nero su bianco. Ogni tappa è ben visibile e riconoscibili sono le figure archetipiche […]. Una storia chiara e senza guizzi particolari che prosegue spedita una pagina dopo l’altra.

Un accenno della recensione di Anna Lisa Manozzi per LA SENTINELLA DI ROMA, ed. Newton Compton. Un’analisi approfondita e molto piacevole da leggere… che vi convincerà!

  • Titolo: LA SENTINELLA DI ROMA
  • Autore: Alex Gough
  • Editore: Newton Compton
  • Genere: romanzo storico
  • Data di pubblicazione: 22 luglio 2021
  • Pagine: 320

Trama

Un grande romanzo storico
Dopo venticinque anni nelle Legioni, il prode Carbone è pronto a tornare a Roma
Anno 27 d.C.
 
Dopo venticinque anni passati al fronte, Gaio Valerio Carbone fa finalmente ritorno a Roma, intenzionato a ritirarsi e vivere finalmente in pace. Ma molte cose sono cambiate dalla sua partenza, e ora Carbone si ritrova senza amici, senza famiglia e senza casa. Quando diventa casualmente il proprietario di una locanda che ha difeso dall’assalto di alcuni banditi, il futuro sembra finalmente sorridergli. 
A sconvolgere il precario equilibrio che si è appena ricostruito, però, arriva la notizia che la figlia dell’uomo che lo aveva guidato a Teutoburgo, Rufa, è stata appena venduta come schiava alla potente sacerdotessa Elissa. Quando il padre di Rufa morì in battaglia accanto a lui, Carbone gli promise che avrebbe sempre protetto la figlia: è giunto quindi il momento di onorare quel giuramento. 
Ma la sua missione è più pericolosa del previsto, perché Elissa è a capo di un culto segreto che mira a rovesciare l’impero dall’interno…
Un grande romanzo storico ricco di azione e avventura 
Nell’olimpo della narrativa storica, accanto a Simon Scarrow, Anthony Riches e Andrea Frediani

«Un lavoro superbo. Eccellente caratterizzazione, una grande attenzione ai dettagli, una trama avvincente e un finale davvero ottimo.» S.J.A. Turney, autore del bestseller L’ultimo pretoriano 
«Sanguinario e travolgente come un thriller, basato su solide ricerche storiche, è la lettura perfetta per i fan di Ben Kane, Conn Iggulden e Roberto Fabbri.»
«Perfetto per tutti gli amanti della storia antica e dei romanzi storici.»

Copia digitale gentilmente fornita dalla CE in cambio di una recensione onesta

Io e le rappresentazioni tipiche dell’Antica Roma abbiamo un rapporto complicato, chiedete a chiunque mi conosca cosa vuol dire guardare “Il Gladiatore” con me e sentirete delle risposte interessanti. I romanzi che ho letto sul tema si contano sulle dita di una mano e ancor meno sono quelli che mi sono piaciuti. Allora perché ho scelto di recensire “La sentinella di Roma”? Per me scrivere una recensione vuol dire accostarmi a sottogeneri, trame e autori che normalmente eviterei, spinta da domande come: “che intreccio complesso, come se la sarà cavato?”, “che tema interessante, ma spinoso, come lo avrà affrontato?”. Questa volta la domanda era “come si sarà accostato a tutti gli stereotipi che di solito si trovano in opere simili?”.

La risposta è che ho trovato ben pochi stereotipi.

La vicenda di Gaio Valerio Carbone è il classico viaggio dell’eroe messo nero su bianco. Ogni tappa è ben visibile e riconoscibili sono le figure archetipiche: il mentore (Vespillo), l’Ombra (Ellissa), il guardiano della soglia (il classismo della società romana), il Mutaforma (Filone) e così via. Una storia chiara e senza guizzi particolari che prosegue spedita una pagina dopo l’altra.

Questa linearità è ben lungi dall’appiattire, ma salva il romanzo da pericolose stereotipie. Carbone è un veterano stanco, provato dalle ferite e dalla vita nelle legioni, con la mente dolorosamente segnata da un evento traumatico. Dimenticatevi l’eroe di guerra che non si rassegna alla vita civile, l’uomo tutto d’un pezzo che non tollera soprusi nei confronti di chiunque o che cerca redenzione per gli atti compiuti in guerra e che potrebbe correre e combattere per ora senza fare una piega.

Carbone è un uomo in cerca di una vita facile e comoda, soffre di dolori cronici alle gambe e sa benissimo di non essere più il ragazzo agile e forte che è partito con le legioni tanti anni prima. Benché più rapido e forte della media Carbone ha dei limiti molto precisi dal punto di vista fisico. Combatte e viene ferito spesso, resta indietro, finisce il fiato.

Dal punto di vista caratteriale Carbone è un uomo d’onore, che mantiene le promesse, con uno spiccato senso di lealtà verso la legione e gli ex-militari come lui. Tollera male i soprusi se sono diretti a persone a lui vicine, altrimenti non gli è difficile girare la testa. Ha combattuto troppo a lungo per non aver capito che cambiare il mondo è un’azione inutile. Se cercate l’eroe che vuole sovvertire il sistema sociale romano in virtù di una qualche illuminazione state leggendo il romanzo sbagliato. Carbone non ragiona come un uomo del XXI secolo, ma del I secolo dopo Cristo. Carbone è un romano a tutti gli effetti: non ha in orrore la schiavitù, la considera un fatto naturale (nemmeno il trovarsi a proteggere una schiava gli farà cambiare idea, non del tutto almeno), non si scandalizza di fronte alla prostituzione consumata sotto i suoi occhi, alla povertà, alla morte per strada di senzatetto e mendicanti. Va a vedere i giochi nei quali muoiono uomini e animali e si diverte. Come dicevo, Carbone è un romano ed è il personaggio migliore del romanzo, anzi ne è il protagonista assoluto.

Gli altri sono più figure di contorno. In generale le figure maschili sono meglio delineate e si sente forte la mano di un autore maschio, le donne sono sbiadite, pallide e un poco più stereotipate. Ellissa è malvagia fino all’osso, senza redenzione, Severa è la classica burbera dal cuore d’oro, Rufa è la voce del progresso (nota dolente) nonché damigella in pericolo, Fabilla poteva essere eliminata serenamente. Questa disparità di personaggi non basta però a inficiare il mio giudizio su un’opera che se la cava alla grande schivando la maggioranza dei cliché del genere e dando vita a una Roma che si vede e, soprattutto, si annusa.

Alex Gough non lesina dettagli: il cibo è molto presente, così come gli odori. Mangiamo e beviamo con i romani, respiriamo la loro aria, ci immergiamo nelle loro strade puzzolenti e mal tenute. Se sappiamo poco della Roma benestante l’immagine della Suburra è invece molto vivida e riuscita. L’immagine di Roma è tanto veritiera quanto poco lusinghiera: una città divisa fra poveri e ricchi, epicurea, falsamente benevola con le civiltà che assorbe, prona alla corruzione. La penna di Gough, per quanto semplice, non fallisce nel compito di tratteggiare un ritratto lontano dalla Roma classica dove si mettono sempre in luce i pregi seppellendo i difetti sotto il tappeto della storiografia solitamente favorevole a questa antica civiltà.

Le cose che mi impediscono di dare un cinque pieno sono: un linguaggio non sempre centrato sui tempi, una trama a volte un po’ ingenua e una protagonista che viene del tutto schiacciata dalla presenza di Carbone.

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