Review Tour: “MINERVE” di Giuditta Ross

Anna Lisa Manotti partecipa, per A libro aperto, al Review Tour di MINERVE di Giuditta Ross.

Titolo: Minerve
Autrice: Giuditta Ross
Genere: romance steampunk MFM
Prezzo: € 2,99 in versione Ebook; € per la versione cartacea.
Data di uscita:  28/07/21

Trama

La Guerra ci aveva strappato le nostre inutili certezze, la sua fame vorace non aveva fatto distinzioni. Ci aveva lasciati mozzi, inorriditi sulle macerie del nostro grande impero e tuttavia vittoriosi.

Il mondo dorato in cui vivevo non era che un guscio inconsistente che svelava le sue crepe. Vedevo quelle persone in pezzi e sapevo come aggiustarle.

Per Lord Nicolas Stanford, avevo un cervello fatto di viti e ingranaggi e forse lo era anche il mio cuore. Guardavo un oggetto inanimato e la mia mente era in grado di immaginare il meccanismo che l’avrebbe fatto muovere. Ero un’inventrice sul libro paga del signor Holmberg, l’uomo che aveva inventato le macchine in grado di sconfiggere i nostri invasori e vincere la Guerra. Egli sembrava comprendermi come nessuno al mondo e guardava con orgoglio al mio lavoro e alle mie aspirazioni.

Lui e Nicolas erano come il giorno e la notte ma io sapevo che avevano un segreto. Erano legati da una passione indicibile. L’avevo vista bruciare e quel fuoco sembrava lambirmi con le sue dita seducenti.

Presa in quel vortice non mi restava che cercare di non cadere come una falena sulla fiamma.

Per quanto mi dibattessi e lottassi, le pareti della mia gabbia dorata erano sempre pronte a chiudersi.

Non l’avrei permesso.

Avevo uno scopo, ero pronta per il futuro.

Ho scelto di recensire questo romanzo per tre  motivi: 1) sono nerd. Da sempre. 2) ho in fase di ideazione un’ucronia ambientata in epoca vittoriana e non considerare lo steampunk come una direzione possibile sarebbe una sciocchezza. 3) non leggevo un romanzo steampunk da anni.

Ho avuto in mano “Minerve” di Giuditta Ross il martedì e il mercoledì lo avevo già terminato e questo è sia un male che un bene, proverò a spiegarmi nelle righe che seguono.

Questo romanzo ha del potenziale e ci sono alcune cose che funzionano molto bene: l’idea generale del triangolo amoroso non è male. Grande classico del genere romance e non, di solito il triangolo è il grande ostacolo, la montagna che la coppia prescelta deve scalare per arrivare alla cima della felicità. Qui no. Lui, lei e l’altro scelgono di vivere felici insieme il loro sentimento. Non so quanto sia frequente e non mi interessa, il poliamore non ce lo siamo inventati ieri e neanche la poligamia. Resta il fatto che è un modo “altro” per trattare uno dei più grandi cliché della letteratura. Altra cosa che funziona bene è la scrittura. La Ross fa un buon uso delle figure retoriche, inventa similitudini interessanti e, in generale, usa bene la penna.

Da qui, però, cominciano i “ma”. Le immagini più efficaci che usa tendono a ripetersi, capisco la tentazione, ma in questo modo perdono potenza.

L’ambientazione non è vividissima. Siamo a Londra, ma io non riesco a vedere la città. Non ne sento gli odori, i colori, i sapori. Solo ogni tanto c’è qualche sprazzo, per il resto occorre affidarsi alla propria immaginazione ed è un vero peccato. Una mano così talentuosa avrebbe dato vita, in pochi tocchi, a scene urbane vivide e interessanti. Lo steampunk è relegato tutto nel lavoro della protagonista, il resto della società sembra vivere, più o meno come vivevano i normali vittoriani. Certo ci sono le carrozze a vapore, persone con arti meccanici, ma non respiro la tecnologia come qualcosa di diffuso, almeno nelle classi più agiate. Ammetto con onestà che non so se saprei fare di meglio, ma prendere me stessa come metro sarebbe di un’arroganza insopportabile. Quando, però, Minerve ci descrive le sue invenzioni le immaginiamo bene, prendono vita e quasi uno se le vede davanti.

Ora viene il “ma” più grande di tutti: la gestione del triangolo il cui problema a monte è, secondo me, l’uso della prima persona.

Minerve è una narratrice affidabile e riporta al lettore i fatti come sono, il problema è che lei non può essere nella testa degli altri, nella fattispecie in quelle di Lennart e Nicolas. Proseguire senza fare spoiler non è facile. A un certo punto ci si chiede se uno dei due signori di cui sopra stia mentendo, una bugia comprensibile, usata per mascherare dei sentimenti complessi e poco chiari. Questo dubbio sorge dopo che entrambi gli uomini condividono alcuni momenti intimi, sempre affidati al POV di Minerve. Il problema è che Minerve non chiede spiegazioni, prende le loro reazioni e la loro relazione, in apparente contraddizione con le parole di Lennart usate per descriverla, senza farsi domande. E se non se le fa lei non possiamo avere risposte noi. Non credo neanche per un istante che l’autrice sia caduta nell’errore grossolano di scrivere una cosa e poi contraddirla coscientemente, sono più incline a pensare che nella sua trama funzionasse tutto perché lei, ovviamente, ne sa più di noi. Un punto di vista alternato fra Minerve e uno dei due uomini, magari Lennart che mi pare il più interessante, avrebbe risposto a molti quesiti e avrebbe dato la giusta introspezione ai personaggi. I sentimenti di Minerve ci sono chiari, sono quelli degli uomini che non lo sono e questo toglie davvero molto a un’impostazione geometrica insolita. Cosa provano davvero Lennart e Nicolas uno per l’altro? Cosa mai si sono detti su Minerve? Come sono arrivati, anche solo guardandosi, a pensare di poter essere così vicini l’uno all’altro da poterne dividere il corpo e il cuore? Capisco che Minerve sia il centro del romanzo, ma dare voce a loro due non avrebbe tolto un grammo a lei. Né in termini di indipendenza e né di auto affermazione.

La parte finale non mi ha convinto in pieno, la risoluzione del triangolo avviene a distanza troppo breve di un altro grande evento e manca un confronto aperto e sincero fra le parti. Non dico che si debba parlare di “cuori” ed “amore” , ma si sente l’assenza di un dialogo onesto sui sentimenti di tutti i soggetti coinvolti. Se l’autrice avesse spostato la risoluzione prima, dopo ci sarebbe stato maggior spazio per l’ultimo grande colpo di scena,

L’idea che più di ogni altra mi è piaciuta sono i continui dialoghi che Minerve fa con sé stessa. La voce della madre, conformista e puritana, che fa da continuo contraltare ai pensieri liberi e anticonformisti di Minerve. “Non arrabbiarti”, “non tenere il broncio”, “non strillare”, “sorridi”, sono gabbie che chiudono Minerve tanto quanto il corsetto che odia così tanto. Le frasi finali sono del tutto calzanti. L’epilogo cade a puntino. Un’ultima cosa, grazie alla Ross per non avermi fatto leggere un romanzo dove gli uomini sono abbastanza uomini da mostrare le loro debolezze.

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