Recensione: “IL MIO NOME È EVA” di Suzanne Goldring – ed. Newton Compton

Anna Lisa Manotti ha letto, per A libro aperto, IL MIO NOME È EVA di Suzanne Goldring, ed. Newton Compton.

  • Titolo: IL MIO NOME È EVA
  • Autore: Suzanne Goldring
  • Editore: Newton Compton
  • Genere: narrativa
  • Data pubblicazione: 23 settembre
  • Pagine: 384

Trama

Evelyn Taylor-Clarke è seduta sulla sua sedia alla Forest Lawns Care Home, una casa di riposo nel cuore della campagna inglese, circondata dagli altri residenti. Sarebbe facile scambiarla per un’anziana confusa, ma il suo rossetto è applicato alla perfezione, i bottoni sono allacciati nel modo giusto e la sua mente è molto più acuta di quanto lei stessa sia disposta a mostrare. Perché Evelyn è una donna con dei segreti. Evelyn ricorda ogni cosa. Soprattutto non dimentica la promessa fatta all’amore della sua vita, l’impegno di scoprire la verità sulla missione che ha portato alla sua morte… Quando Pat, la nipote di Evelyn, trova in una vecchia scatola di biscotti la foto di una bambina con una palla rossa e un passaporto con un altro nome, decide di andare a trovare la zia, per farle alcune domande. E così Evelyn viene trasportata di nuovo in un luogo della Germania conosciuto come “il villaggio proibito”, dove una donna che si faceva chiamare Eva osò addentrarsi tra i prigionieri stremati per trovare l’uomo che aveva giocato con la vita di suo marito…

Copia digitale gentilmente fornita dalla CE in cambio di una recensione onesta

“Il mio nome è Eva”, romanzo d’esordio di Suzanne Goldring, narra la storia di Evelyn Taylor-Clarke e si sposta su diversi piani temporali che si intrecciano di frequente. Raccontare la trama senza fare spoiler è difficile: nel 2016 Evelyn è una vecchia signora che vive in casa di riposo, nel 1943 è una giovane vedova che giura vendetta per la morte del marito Hugh perito durante un’operazione scellerata condotta con lo scopo di far credere ai tedeschi di essere in condizione di superiorità.

Di più non si può davvero dire.

Purtroppo il romanzo non mi è piaciuto, ho fatto fatica a leggerlo e non sono mai riuscita ad appassionarmi. Ho trovato la narrazione fredda e distante, Evelyn non è mai antipatica o simpatica, forse da anziana è un po più godibile, e il suo continuo flusso di pensieri risulta ridondante.

Questa contrapposizione fra detto e pensato è presente nella parte in cui Evelyn risiede alla casa di riposo per mettere in luce il divario fra la sua apparente demenza e l’acutezza della sua mente. Comprendo il fine, ma l’autrice avrebbe potuto scegliere altre strade. È la stessa Evelyn a dirci che la sua è una gigantesca farsa, non era necessario, a mio avviso, contrapporre a ogni frase un pensiero in cui Evelyn rimarca quanto si prenda gioco degli altri perché toglie al lettore la possibilità di calarsi nei panni di Pat, nipote di Evelyn, che dello stratagemma della zia non è al corrente.

La parte forse più interessante è circa alla metà, quando Evelyn incontra il vecchio generale che fu responsabile della morte di Hugh. Evelyn con lui gioca al gatto col topo, ma, di nuovo, il continuo fluire dei suoi pensieri spezza la narrazione e l’atmosfera.

Il contesto storico è curato e ben fatto, si mostrano bene le condizioni disperate dei tedeschi subito dopo la fine della guerra, il modo in cui i vincitori hanno pesato sui vinti, i pregiudizi, le meschinerie, ma anche il cuore di molti civili che compresero che dietro a ogni tedesco esisteva una persona che non poteva essere giudicata sulla base di un’ideologia a volte solo apparentemente condivisa.

Gli Alleati non sono tutti santi e non tutti i tedeschi sono diavoli. Una precisazione che ho gradito molto perché io per prima, per motivi familiari, devo ancora oggi ricordamelo.

Però, come ho detto prima, ho trovato il testo distante, non sono mai entrata nella testa di Evelyn, non l’ho mai sentita felice, triste, spaventata o distaccata. Ho avuto l’impressione di aver letto un romanzo che racconta più che narrare. La stessa protagonista spiega tanto, troppo, appesantendo la lettura inutilmente.

Quando un romanzo non mi piace mi chiedo sempre se sia colpa mia, perché non ho colto un qualche senso recondito o perché magari non era il momento giusto per me, oppure se ci sia qualcosa che, oggettivamente, non va.

Nel caso specifico sono propensa a credere a un mix delle due cose. “Il mio nome è Eva”  è un testo cupo, doloroso e a volte tetro, ed è giunto nelle mie mani in un periodo non facilissimo, questo, unito a uno stile freddo non mi ha permesso di entrare in empatia con la storia.

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