Review Party: “I COSPIRATORI DI VENEZIA” di Alex Connor

Federica Cabras partecipa, per A libro aperto, al Review Party de I COSPIRATORI DI VENEZIA di Alex Connor, edito Newton Compton Editori.

Sinossi

I Lupi di Venezia Series
Un grande thriller storico
Tra le calli della Serenissima, i Lupi di Venezia sono di nuovo a caccia…

Venezia, XVI secolo.
Marco Gianetti, l’assistente di bottega del celebre Tintoretto, deve fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni. Corrotto dallo scrittore Pietro Aretino, al cui ricatto ha piegato il suo volere, è ormai odiato dagli ebrei del ghetto, che lo incolpano di un crimine atroce. Più passa il tempo e più Gianetti si convince che il denaro sia un subdolo alleato: invece di proteggerlo, ha messo in pericolo la sua vita. Ma mentre si appresta a fare i conti con la propria coscienza, una serie di brutali delitti sconvolge la città. Una delle vittime è la fi glia dello speziale olandese Nathaniel der Witt, che non riesce a darsi pace per la sua morte e decide così di indagare per scoprire la verità. La sua indagine lo metterà sulle tracce di personaggi come Tintoretto; ma anche Adamo Battista, una spia; la cortigiana Tita Boldini; il mercante francese Lauret e la donna più desiderata di Venezia, Caterina Zucca. I Lupi di Venezia sono di nuovo a caccia…
Dall’autrice del bestseller Cospirazione Caravaggio
«Alex Connor raggiunge un equilibrio narrativo che si divide tra storia, fiction e caratterizzazione di un elemento spesso tralasciato nei romanzi dedicati agli artisti realmente vissuti: l’interpretazione del loro spirito.»
Marcello Simoni
«Il giallo di Alex Connor, ai primi posti della classifica dei libri più venduti, è ambientato nel mondo dell’arte.»
Il Corriere della Sera
«Un thriller bestseller. Un’autrice che possiamo definire, senza ombra di dubbio, la nuova Dan Brown al femminile.»
Libero

  • Titolo: I cospiratori di Venezia
  • Autore: Alex Connor
  • Editore: Newton Compton
  • Data: pubblicazione: 3 settembre 2020
  • Pagine: 350
  • Prezzo: 2.99

Copia digitale gentilmente fornita dalla CE

Un uomo come una donna non inganna nessuno

In quattro a rufolare in un trogolo di frutta marcia:

avanti Cristo, la coda d’oca del Diavolo

dove l’acqua è sangue.

È attorno a questo indovinello, scritto da mani sapienti, che si snoda l’intero libro. In I cospiratori di Venezia, capolavoro di Alex Connor, ci troviamo dinanzi una Venezia del sedicesimo secolo.

“Se non fossi il re di Francia,” disse Enrico III (come riporta Connor nel prologo) “vorrei essere cittadino di Venezia”.

Ma in cosa è peculiare la conosciuta Repubblica lagunare di secoli fa? Una città di prosperità, di mercanti, di ricchezza, certo, ma anche di prostitute, di corruzione, di male, di sporco e di spregiudicatezza.

Be’, intanto possiamo dire che tra le mura prestigiose dei più ricchi si nasconde un segreto. O più d’uno. Ma non si ferma a questo scenario, la storia.

Per le strade buie e cupe, si aggirano – quatti e malevoli proprio come i lupi, e così vengono chiamati – quattro individui. Sono gli stessi quattro che “rufolano in un trogolo di frutta marcia”, come dice l’indovinello, e sono gli stessi che stanno mietendo morte e diffondendo paura in tutta la città. I Lupi di Venezia. Nessuno conosce le loro identità, ma i loro crimini spietati sono sotto il naso di tutti.

Alla faccia del doge, che non ne può più di sentir parlare degli omicidi. Sempre giovani donne. Sempre deturpate e private degli arti. Sempre strappate alla vita troppo presto e con incredibile malignità e crudeltà.

Marco Gianetti, ricco veneziano, è tenuto sotto scacco dal letterato sociopatico Pietro Aretino e da Adamo Battista, suo braccio destro. In più, i suoi fantasmi personali non lasciano in pace il suo sonno: una donna ebrea, Rosella Tabat, che portava in grembo suo figlio, è stata uccisa – è solo una delle tante giovani donne mutilate e uccise – e suo fratello giustiziato proprio a causa sua. Insieme alla sua mamma, che lui vede ancora penzolare dal soffitto in un macabro fermo immagine del passato, le due anime lo tormentano, svegliandolo, bruciando il suo stomaco, friggendo la sua mente. Al senso di colpa non si scappa. Tutto il ghetto ebraico, ben consapevole delle sue colpe, vorrebbe vederlo morto e lui divide il suo tempo tra l’odio che prova per Aretino e la paura che qualcuno possa sgozzarlo nel sonno. Poco male, direi, chi ha colpa paghi: questo è il mio motto.

In tutto questo palcoscenico, si inseriscono anche Der Witt – olandese che cerca l’assassino di sua figlia Beatrix –, Caterina Zucca, cortigiana molto conosciuta e a tratti potente, Lauret, mercante francese, Velia Mancini, la piccola Viviana Forte e suo padre Bernardo, il divertente orfano Claudio Luini e molti altri.

E c’è anche il giovane Giovanni Spolatti, quindicenne castrato perché la sua voce potesse regalare a tutti delle melodie celestiali… Ma a lui cosa regala?

E poi, ultimo ma non come importanza, Tintoretto, che dipinge – in perenne competizione con Tiziano – mettendoci anima e cuore. Lui dal buon cuore. Lui dalla bravura fuori da ogni limite. Lui che viene visto nel duplice ruolo di marito e padre amorevole. Lui che la giustizia la agogna come il colore perfetto per un dipinto. Lui che ha ritratto l’ebrea morta con in grembo il figlio di Gianetti e che espone il dipinto piangente per scagliarsi contro le ingiustizie e per mostrare la sua ferma condanna per quella crudeltà.

Connor è stat incredibilmente brava a mostrarci uno spaccato del tempo, tra paure e convinzioni. Le parti più belle e poetiche sono quelle che mostrano Gianetti come debole, un burattino di Aretino, abbastanza ricco da poter pagare guardie su guardie ma altrettanto povero di spirito e incapace di liberarsi dalle catene che gli sono state messe, suo malgrado, da alcuni uomini che chiamare animali sarebbe un insulto per questi ultimi. Quando la storia si sposta verso il ghetto – con l’usuraia Gilda Fasculo in capo a tutti –, l’odio straripa dalle pagine come inchiostro da una penna rotta. Quando ci viene strappata la persona che amiamo, si affrontano diverse fasi. C’è la tristezza, la rassegnazione – e abbiano pietà di me gli strizzacervelli, ne ricordo solo alcune – e dopo qualche altro spiraglio di emozioni sempre molto vive, c’è la rabbia. Una rabbia cieca. Una rabbia furiosa. Una rabbia che non trova consolazione se non nel pensiero che qualcuno debba morire. E questo qualcuno, per gli ebrei feriti, è Marco Gianetti… Colpevole di inettitudine.

La narrazione è veloce, spedita. Il linguaggio è lineare, adatto all’epoca. Le descrizioni sono accurate.

Impossibile non odiare il letterato senza cuore. Impossibile non simpatizzare per le ragazze morte. Impossibile non provare compassione per Gianetti, senza spina dorsale.

Impossibile non fremere dalla voglia di scoprire chi sono i Lupi di Venezia.

In sostanza, un capolavoro. Dall’inizio alla fine. 

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